Mike Spinelli 

 

Mi chiamo Michele Spinelli, ma molti mi conoscono come Mike. Sono nato a Taranto, città della Puglia, nel Sud Italia, dove ho vissuto fino al mio trasferimento a Pisa, in Toscana, per un master in letteratura.

La mia città natale è forse il vero motore che sta alla base della mia ricerca artistica. Taranto è una città nata dalla colonizzazione greca, ed è divenuta una delle grandi città della Magna Grecia. I secoli passano e negli anni sessanta Taranto ha subito una forte industrializzazione. E’ scelta come sede dell’Italsider, la più grande acciaieria d’Italia e oggi il più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Quindi l’impatto su un territorio legato alla pesca e alle attività collegate è stato devastante.

Sono cresciuto quindi in mezzo ad un conflitto sociale e di immagini. Questo paesaggio industriale calato così pesantemente su di un territorio meraviglioso, che vive ancora oggi il disastro di scelte irresponsabili.

Ho insegnato per dodici anni letteratura italiana al liceo artistico di Pisa. Durante questo periodo mi sono interrogato sulla funzione della letteratura e dell’arte, sul ruolo educativo e descrittivo. E’ proprio questo alla base del mio progetto di scultura narrazione, un progetto sviluppato nella residenza artistica al centro 59 Rivoli a Parigi.

Perché scultura e narrazione? L’idea è legata ad un’urgenza comunicativa che secondo me l’arte ha il dovere di realizzare. Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente rappresenta questa urgenza. E’, e sarà, il centro di un dibattito per noi tutti e per le generazioni future. E’ appunto questo rapporto-conflitto uomo-ambiente, antropizzazione-territorio, al centro della mia ricerca.

Le due costanti delle mie opere sono il cemento e le piante vive: il loro confronto è diretto ed esplicito il contrasto che ne deriva. Tuttavia, allo stesso tempo, dal contrasto nasce una speranza, o per lo meno una responsabilità. Il paradosso visivo tra gli elementi contrastanti come il cemento e una pianta sono risolti così in un’armonia violenta che induce alla responsabilità.

L’opera d’arte come responsabilità: per me, cerco delle soluzioni creative di compatibilità per la sopravvivenza di un vegetale in condizioni di “cattività sculturale”, per chi espone, e infine per chi acquista, questa non è solo un’opera da piazzare in un angolo di casa o in galleria, ma un’opera da assistere, un’opera viva, in condizioni precarie come la nostra contemporaneità.

Mike Spinelli

cerca le opere nell'<< e-commerce >>

Odio il cemento! Non è ideologia o sovrastruttura, lo odio sin da piccolo; odiavo il suo riflesso su i due mari della mia città natale, Taranto.

Lo odio, anche se l’ipocrisia del nostro tempo lo rende accettabile, magari colorato, addolcito da forme sinuose, ma il cemento non è mai comodo, non può essere accettato se non nel compromesso delle nostre case e poi strade e città…

Lo odio e lo disprezzo soprattutto quando è abbinato al verde: alberi che si inculano i marciapiede, e i parchi che scopano tra palazzi e incroci davanti a famiglie allegre e ignare, senza vergogna! Forse è eccessivo dire che è un abbinamento del cazzo! Veste male! Come un nemico che proprio non sa vestirsi: fai schifo! Ti odio! Mi stai sul cazzo! Muori!

Ecco l’odio diventa rabbia, e poi in fondo distruggiamo per amore o costruiamo per dolore.

Io non lo so, impasto cemento, e con il suo abbraccio schifoso accolgo piante, le imprigiono, le violento, le amo e le violento, le annaffio, le costringo, le amo e le tormento.

Non posso fare altrimenti: tutti non possiamo altrimenti? L’uomo sa fare altrimenti?

L’arte bella, quella che ci gratifica, che riempie gli occhi e ci fa eccitare senza toccare, senza amplesso, l’arte da vojeur non fa per me, non lo so fare, non so masturbare colori col pennello in mano.

Ho letto da sempre, ho dormito tra i libri, la letteratura mi ha fatto innamorare e mi mantiene come una ricca signora alla quale ricambio servigi d’amante. Continuo a parlare di libri a ragazzi videodegradabili, il mio lavoro, il professore, senza potermi arrendere all’idea di trasformarmi in un sacerdote di una religione in estinzione: la letteratura. Eppure sono cresciuto con gli attrezzi in mano: il muratore, l’elettricista, l’idraulico, il musicista, mi sono travestito mille volte.

Così ho deciso di mettere tutti i pezzi insieme, non è esattamente un piacere, ma una necessità, esigenza di feticismo narrativo. Narrazione e scultura, istallazione per contrasto, vita ed eros, morte e rifiuto.

Non penso che debba piacere istallare materia viva e materia morta, incastrare cemento, immondizia e piante come un’unica “materia prima”, ma è l’unica che possiamo permetterci di utilizzare, la nostra umanità dello scarto: l’uomo pattumiera, consumiamo, costruiamo e caghiamo escrementi più longevi della nostra sopravvivenza.

Mike Spinelli

 

I hate concrete! This is not an ideology or superfluity. I have hated it since childhood; I hated its reflection on the two seas of my hometown, Taranto. I hate it, even if the hypocrisy of our time/era makes it acceptable, sweetened by sinuous shapes. But after all, concrete is still not comfortable and it will never be. It can’t be accepted, except in the compromise of our houses, then in our streets and in our cities…

I hate it especially when it’s combined with green: trees that screw the sidewalks, and parks fucking between palaces and crossing streets in front of happy and unaware families, all without shame! Maybe it’s too much to say it’s a shit match! Dress fucking badly! Like an enemy who just doesn’t know how to dress: you suck! I hate you! You’re inside of my ass! Die! Here we go! Hate turns into anger and then, deeply, for love we destroy everything and for grief, we build!

I honestly don’t know. I knead concrete and then, with its shitty hug, I welcome plants in, I imprison, I rape, I water, I love and violent them, I force, I love and torment them. And I can’t do otherwise! Can any of us do otherwise? Can humans do otherwise?

The art of beauty, the one that gratifies us, the one that fills our eyes and excites us without touching, without coitus; voyeur art , is not for me, I need brushes in my hands. Even then I can’t masturbate colors. It’s not the regard, the view, but the action that is important.

But I’m always reading. I’ve even slept between books. Literature makes me fall in love. It supports me like a rich lady to whom I renew a lover’s services. I keep speaking about books to the young videodegradable people.

My work, I’m a professor; I can’t give up on the idea of becoming a priest of an extinct religion: literature. Yet I grew up with tools in my hands: bricklayer, electrician, plumber, and musician. I’ve disguised myself a thousand times.

So I decided to put all pieces together. It’s not exactly a pleasure, but a necessity, a fetishistic need for narrative.

Contrasting and complementary motivations. Narration and sculpture, life and eros, death and waste.

I don’t even think it’s pleasant to install live matter into dead materials, to stick garbage and plants as unique “raw material” into concrete. But it’s a provocation. We are a scrap humanity: we consume, we produce, we shit; And our shit lasts way than we do.

Mike Spinelli

 

Share