Giuseppe Trentacoste

 

La mia tecnica è basata sull’utilizzo di sacchi di juta che, in precedenza, contenevano caffè/tabacco/cacao: piegando questi sacchi, che recupero presso torrefazioni locali o grazie ad amici che tornano da viaggi all’estero, creo bassorilievi. Attraverso la mia manualità e le diverse piegature, che non seguono una precisa logica, faccio in modo che i timbri di provenienza rimangano in vista, cosicché il fruitore della mia opera possa conoscere il vissuto e il percorso del sacco. Infatti, esso stesso è, per me, veicolo e opera d’arte, strumento e risultato: il sacco ha una sua memoria e un suo percorso, così come tutti gli oggetti, , e questo per me ha un fortissimo valore simbolico e artistico. Con la mia tecnica cerco di attribuire un valore aggiunto a livello visivo ad un corpo materiale “la juta” che, metaforicamente, possiede una sua anima e una sua singolare storia, dalla quale traggo ispirazione. Attraverso le mie pieghe il sacco rinasce, acquisisce nuova vita, continuando però a mostrare agli occhi di chi guarda l’opera il suo percorso originario e il contesto di provenienza: io così il sacco lo sento respirare.

A livello tecnico, la procedura che sto adottando è piuttosto complessa e ancora in fase di elaborazione dal 2005. Tendenzialmente il sacco viene piegato molteplici volte e successivamente intelaiato. Affinché il materiale rimanga compatto e consistente utilizzo resine, colle e colori acrilici, allo scopo di raggiungere una notevole durezza e rigidità, pari a quella della plastica. Nonostante tale rigidità I miei bassorilievi, al loro interno, sono completamente vuoti e di conseguenza, molto leggeri, al pari di una quadro su tela tradizionale.”

Giuseppe Trentacoste

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